Desert highway, Libano [seconda parte]
Incontro con lo stile di vita libaneseArea:
Libano - Argomenti:
Africa, destinazioni, strade
FLASHBACK ALL' AMBASCIATA
Il mio primo contatto con la burocrazia siriana l'ho avuto a Roma, quando
sono andato a richiedere il visto. Stupidamente sul foglio del
questionario da riempire avevo scritto: "Professione: fotografo", pensando
magari di avere dei contatti con il ministero del turismo, sconti sui siti
archeologici, facilitazioni etc... Quando l'impiegato l'ha visto è
inorridito, ha detto che i giornalisti (e le spie) non potevano andare in
Siria così facilmente. L'ho rassicurato dicendo che io mi occupo di
reportage turistici, e che la mia opera sarebbe stata utile per lo
sviluppo del paese. Non ha voluto sentire ragioni :"L'unico modo" ha
aggiunto, " sarebbe che lei visiti la Siria come turista e si impegni a
non fare fotografie !". "Lo prometto !" ho risposto io, ma non bastava, ha
preso da un cassetto un foglio prestampato da firmare, in cui si diceva che
sarei stato buono con la fotocamera e senza documentare, e che se fosse
finita una sola mia foto della Siria su un giornale sarei andato in
prigione per secola seculorum.
Al momento di ritirare il passaporto, dopo una settimana, hanno cominciato
a farmi girare da un ufficio all'altro perché stranamente non si trovava in
mezzo agli altri, ma era custodito da solo, in un cassetto di una stanza
evidentemente riservata ai casi "scottanti". L'impiegato lo ha preso con
due dita, e me lo ha ridato con lo stesso sguardo inquisitore che avrei
ritrovato dopo, sulle facce dei doganieri che se lo sono ritrovato tra le
mani. Sicuro che ci fosse stata posta qualche annotazione particolare, ho
cercato senza successo di decifrarne i timbri e le scritte in arabo, cosa
che mi ha fatto solo aumentare lo stato di ansia.
Ora stavo facendo la prova del nove, quando il doganiere ha fermato la
macchina su cui viaggiavamo e si è fatto consegnare i passaporti, sono
stato percorso dal classico brivido gelato nelle vene. L'abbiamo seguito
tutti nell'enorme hall dell'ufficio immigrazione, e dopo un quarto d'ora
il mio documento era l'unico che mancava all'appello. Lo vedevo passare
nelle mani degli sbirri che sfilavano dietro al vetro e che mi rivolgevano
occhiate indagatrici, finché è ritornato con timbri, firme e controfirme.
Non era finita, perché ora l'astuto doganiere voleva vedere i bagagli
(solo i miei), cosa che ha non poco fatto preoccupare l'autista che già si
vedeva accusato di portare a spasso una spia israeliana. "Video?" mi ha
sussurrato mentre prendevo lo zainetto dell'attrezzatura,"No, camera !" ho
risposto vedendolo rilassarsi un pò. La stessa domanda me l'ha posta il
militare che però ha voluto verificare con mano; per fortuna avevo
nascosto in separata sede la busta piena di pellicole che avrebbero
certamente destato sospetti, il mio corredo aveva guadagnato così un'aria
abbastanza turistica. Prima di lasciarci proseguire ha voluto chiedere
ancora se per caso non avessi dimenticato una videocamera nei bagagli non
ispezionati (ancora non capisco perché ne siano così terrorizzati) ma gli
ho ripetuto di no e lui ci ha salutati dubbioso. Dopo un'ora eravamo in un
affollatissimo parcheggio taxi a Damasco, sono stato prelevato da un altro
tassista che per pochi dollari mi avrebbe portato in Libano insieme ad
altre quattro persone. Appena la vettura si è riempita è saettato nel
traffico congestionato della città, ma prima sono serviti venti minuti per
uscire dal parcheggio.
L'autista era un tipo cicciotto e nervoso: mangiava
continuamente semini e li sputacchiava, beveva e fumava senza pace; appena
sull'autostrada è sfrecciato a velocità folle zigzagando tra le altre auto
che parevano ferme, sentivo gli almeno otto pistoni della "Dodge"
sfrullinare gioiosi sotto il cofano, finché sibilo sfiatato li ha fermati
esausti. Abbiamo accostato al margine della strada e il tassista è sceso
con pochi ma mirati attrezzi in mano; ha martellato e scacciavitato qua e
là per poi tornare con le mani nere e la faccia delusa. Di lì a poco ci
trasferì in un altro taxi che intanto si era fermato per solidarietà.
Eravamo stipati in un Mercedes che aveva le sopracciglia cromate sopra i
fanali, e anche questo pareva che dovesse esplodere in ogni istante.
Invece il robusto e tossicchiante mezzo teutonico ci ha portato attraverso
la frontiera e poi in cima al monte Libanon, dal quale siamo scesi lungo
una serie infinita di curve; è stato dietro una di queste che
improvvisamente è apparsa la mia meta: Beirut.
Solo nominarla provoca in molti un brivido di paura, ogni nostro ricordo
ad essa legato è di sangue e morti a manciate. L'odio della religione l'ha
voluta così: già dalla periferia le sventagliate di mitra scrostavano gli
intonaci delle facciate dei palazzi, e le infiorescenze disegnate dalle
schegge delle bombe riaccendevano in me il ricordo di telegiornali con la
fascia a lutto. Inchiodati nel mare di traffico, il tassista non conosceva
la strada per il mio albergo, quindi scalpitava e suonava sensovietando.
Beirut 18. 11. 99
A sentire gli abitanti di Beirut non sembra che abbiano passato quello che
tutti sappiamo; vogliono dimenticare, e ci riescono bene. Si distraggono
col consumismo che ha contribuito a trasformarla nella città più viva del
Medio Oriente. Respiro aria di casa: umida, tiepida e inquinata. Lo iodio
che arriva dal mare mi riempie i polmoni mentre passeggio sulla "Corniche"
che potrebbe essere il lungomare di Ostia se non fosse per i militari
armati di Kalasnikov ovunque cada lo sguardo. Anche il traffico è del
tutto simile a quello di Roma, con partenze a razzo e inchiodate inattese,
manager con la cravatta parlano al cellulare dentro elefantiaci fuoristrada
giapponesi, anziani signori distinti vanno a fare la spesa ed i ragazzi
vestono seguendo le ultime mode occidentali. Riapparizione delle minigonne
ed eclisse degli chador.
Senza la macchina (ovvero BMW o Mercedes) qui non conti nulla per le
strade, i giovani passano la sera incolonnati in file inutili mentre si
parlano dai finestrini o sorridono alle ragazze impassibili bloccate nelle
auto accanto; scene di questo genere si notano anche in Italia, ma qui sono
esaltate dal fatto che si vive nei confini di una società profondamente
maschilista . Le donne poi, benché vestano all'ultima moda, si trucchino,
e mettano in mostra balconcini e culi ben palestrati, mantengono comunque
le solite usanze arabe; il loro sembrare molto occidentali ed emancipate è
pura apparenza.
La sera sono stato a fare un giro in centro, sono riuscito finalmente a
bere una birra senza pagarla una cifra smisurata ed ho conosciuto due
ragazzi, mi hanno proposto di visitare la città a bordo del loro Mercedes
di cui andavano fieri; ho accettato, ma subito uno di loro mi ha chiesto
5$ per la benzina. Ho detto che ero un pò a corto perché non ero ancora
passato al cambio, e che preferivo comunque andare a piedi per fare due
passi. Loro mi hanno guardato schifati, qui camminare è considerata una
cosa da pezzenti; tuttavia siamo andati a fare lo "struscio" serale
immersi in un mare di BMW e Mercedes clacsonanti, tutte piene di
giovanotti annoiati che si guardavano, si facevano guardare, ci provavano
con le ragazze etc...
Abbiamo girato una dozzina di volte sullo stesso percorso finché ho
proposto di scendere per vedere il mare, appena ho messo piede a terra
loro sono sgommati via nelle luci della notte. Il centro di Beirut è sede
di uno dei più grandi progetti di ricostruzione del mondo; sono rari i
vecchi palazzi, e i pochi che rimangono sono tutti traforati e
bruciacchiati dai missili che ricordano quello che è stato, ma la tacita
parola d'ordine sembra essere: convivere e dimenticare. Ovunque i lavori
in corso elevano grattacieli specchiati, Beirut sarà presto la New York
del mediterraneo grazie a generosi finanziamenti europei; ma la sua
atmosfera rimane magica e piena di storia, l'aria puzzolente e temperata
mi ricorda casa e mi mette un pò di nostalgia. La mattina sono stato
all'American University of Beirut, la più prestigiosa ed internazionale
facoltà del Medio Oriente, ho cercato un mio amico di vecchia data che
studiava lì. Con l'occasione ho pensato di fare un servizio fotografico di
questo tempio della cultura che contiene anche due ben forniti musei. Il
metodo di studio "full immersion-sport-socialize" è di stampo tipicamente
americano e permette di sfornare i migliori professionisti dei paesi
arabi. Ho trovato Yarub, il mio amico siriano studente di grafica, e
seduti in un bar mi ha chiarito un pò le idee sulla storia e la politica
di questa zona, le contraddizioni , i vicini scomodi, i patti scellerati.
Io lo divertivo raccontando gli avvenimenti politici italiani.
La presenza militare siriana per la città è continua e poco discreta. Poi
ci sono i famosi "Hezbollah" , i guerriglieri che combattono nel sud del
paese dal tempo della "Guerra dei sei giorni" del '67. Il ruolo che la
Siria non può prendere ufficialmente in questa guerra lo delega ai
militanti del "Partito di Dio". Questi, insieme ai Palestinesi rifugiati,
hanno ormai ben poco da perdere ritrovandosi senza una terra da anni, e
per guadagnarsi il Paradiso sono ben disposti a farsi esplodere
caricandosi di tritolo e a sparare i loro missiloni sugli avamposti nella
zona occupata dalla "Fascia di sicurezza" israeliana. In cambio,
dall'altra parte, organizzano per rappresaglia estemporanei raid aerei che
ogni tanto sconfinano sui villaggi, su impianti civili o su una sede delle
Nazioni Unite... La scorsa estate Beirut è rimasta senza corrente per due
mesi, e ci si può immaginare cosa significa vivere senza luce, computer,
frigorifero quando ci sono più di 40° all'ombra. Non potendo lavorare,
Yarub mi raccontava che ha passato le sue giornate sdraiato sulla spiaggia
di fronte al mare inquinato della città, solo i più fortunati che ancora
l'avevano erano tornati ad accendere i generatori come ai tempi della
guerra civile. Mentre da noi erano i "mitici" anni '70, qui grandi masse
di Palestinesi (400.000 su tre milioni di Libanesi) si riversavano in
Libano fuggendo dalla persecuzione in Giordania; buona parte si stabiliva
in campi profughi intorno Beirut, a covare vendetta.
Intanto nel paese cominciavano a fiorire gruppi armati di diverso credo
religioso e strumentalizzati da altrettanti personaggi politici; i
musulmani Sunniti e Sciiti cominciavano a guardarsi nervosi, e si
dividevano a loro volta in sottogruppi, le milizie cristiane si
combattevano per riuscire ad emergere, e anche i Drusi, riluttanti
all'inizio, ebbero presto il loro efficiente gruppo armato. Tra i
cristiani la più tristemente famosa fu la "Falange" (Kataeb), scesa a
patti con Israele, e da questo riforniti di armi e consigli, tipo quello
di entrare nei campi profughi palestinesi per farne scempio nel '76.
Fu dopo l'uccisione di alcuni falangisti che dalla tensione si innescò la
guerra civile, 27 palestinesi furono massacrati su un autobus, a cui seguì
un blocco stradale di gruppi armati cristiani in cui, documenti alla mano,
si sgozzavano gli automobilisti musulmani. In quello che viene ricordato
come "Black Saturday" vennero uccise in tutto più di trecento persone.
Nel '76 il presidente Assad, spinto da Israele (con cui aveva un nemico in
comune: i Palestinesi), per porre fine alla situazione di anarchia in
Libano vi spedì 40.000 soldati cogliendo l'occasione per riprendersi
quella che da sempre i Siriani hanno considerato una loro provincia. A
questo punto mancava solo l'invasione Israeliana, che dopo alcuni attacchi
dell'OLP decise di prendersi il sud del Libano, azione che fu condannata
dalle Nazioni Unite che imposero un ritiro immediato mai eseguito. Sempre
indispettito dalla presenza palestinese in Libano, Israele si accordò
nell'82 con la Siria per un cessate il fuoco, e approfittò di questo
momento per attaccare i Siriani nella valle Bekaa ed infondere gravi
danni; intanto truppe israeliane guadagnavano le periferie di Beirut,
tagliavano elettricità e acqua, bombardavano i civili.
Dopo due mesi si contavano 18.000 morti e 30.000 feriti di cui solo una
minima parte tra i militari. Si decise così di evacuare l'OLP sotto una
supervisione multinazionale, e due giorni dopo, il leader falangista
Bashir Gemayel fu eletto presidente. La vittoria maronita non durò molto,
perché il neopresidente fu assassinato con una bomba insieme a sessanta
falangisti; le loro milizie subito si recarono nei campi profughi di Sabra
e Chatila presentando il conto, e massacrarono tra i 1000 e i 2000 civili
di cui molte donne e bambini. Di tutto questo gli Israeliani dissero di
non essere a conoscenza, anche se il fatto accadeva sotto il loro permesso
ad accedere nei campi e mentre assistevano i miliziani della Falange
paracadutando illuminatori per vedere meglio la scena. Chi comandò questa
operazione ricopre ora la più alta carica nello stato di Israele.
Questo susseguirsi di vendette continuò fino all'arrivo di una forza
multinazionale nell'83, che si accordò con Israele per un ritiro dal
Libano; ma questi, spinti da una pubblica opinione guerrafondaia, si
ritirarono solo fino a Sidon, cosa che mantiene vivo lo stato di tensione
ancora oggi. Pochi mesi dopo l'ambasciata USA a Beirut esplodeva con 43
persone, seguirono altri due attentati nei quartieri generali francese e
americano, in cui i morti furono più di trecento. Era la nascita della
Jihad Islamica, un braccio armato di Hezbollah che si fece protagonista
anche di parecchi sequestri di personaggi occidentali che, a loro dire,
meglio rappresentavano il marcio del nostro mondo corrotto.
La guerra continuava a più riprese, e così cambiavano le alleanze, tra cui
fece anche capolino l'Iraq, appena uscito dalla guerra con l'Iran.
Aiutarono la fazione cristiana (!) che al momento si confrontava con
quella musulmana appoggiata dalla Siria, ancora una volta, Beirut era il
luogo dove l'antico odio tra due potenze medio orientali si poteva
sfogare. Gli animi cominciarono a smorzarsi nel 1990 dopo l'attacco
siriano in larga scala (con il benestare americano) alle milizie
cristiane; i gruppi paramilitari furono disarmati e la Siria firmava un
patto di "fratellanza" col Libano, lasciando in sospeso la scottante
presenza di Israele nel sud del paese. Da allora sembrano essere tornati a
convivere i diversi credo religiosi, la "Green Line" è sparita, ed il
fragile processo di pace procede in precario equilibrio.
Beirut 19. 11. 99
Ho camminato tutta la mattina per Achrafiye, uno dei quartieri popolari
dove la ristrutturazione della città non ha ancora preso piede, e dove la
guerra ha lasciato i suoi segni più profondi. Da lì vicino parte la
tristemente famosa "Green line", la via che divideva le due principali
parti in guerra e che era stata invasa dalla vegetazione, tanto raro era
il passaggio su di essa. Intorno i segni delle pallottole affrescavano i
muri dei palazzi con la stessa densità dei coriandoli a Rio durante il
carnevale; su alcune facciate qualcuno si era talmente accanito che la
quantità di proiettili aveva consumato i muri fino a renderli un velo. Su
altre, dei più determinati colpi di lanciarazzi avevano sventrato la
parete lasciando intravedere vecchi arredamenti casalinghi bruciacchiati e
oramai in stato di abbandono. Segni di pallottole di ogni calibro e
religione avevano firmato tutto ciò che avesse più di dieci anni. Quando
passavo davanti una chiesa o ad una moschea pensavo al potere (di fuoco)
della fede.
Ora parlando con la gente del posto sembra che quello che ci sia qui
intorno non li riguardi, i brutti ricordi sono stati seppelliti coi morti,
e armati di pala e piccone tolgono cumuli di macerie e costruiscono
grattacieli. Il progetto di ricostruzione è pressoché totale e cambierà
completamente il volto della città, l'idea è abbastanza contestata, perché
si basa sulla totale demolizione di quello che c'era e la creazione di
nuove strutture moderne tipicamente occidentali. Purtroppo non hanno
imparato nulla dai nostri errori, e nella fretta si sono dimenticati gli
spazi verdi. O meglio, per la verità uno c'è: la sera avevo comprato un
"falafel" (tipico sandwich medio orientale, formato da una piadina
romagnola arrotolata, con dentro polpettine di ceci) che volevo consumare
fuori dal locale; ho dato un'occhiata alla mappa della città ed ho visto
un quadratino verde denominato "parco". Quando ci sono arrivato mi sono
ritrovato proprio sul quadratino indicato: quattro per quattro metri, con
n°1 panchina, n°1 pianta, n°1 fontana secca. Intorno a me clacsonava il
traffico del dopocena.
Beirut 20. 11. 99
Stavo aspettando Yarub sulle panchine del campus della sua università,
intorno a me erano seduti alcuni studenti, tra i quali se ne distingueva
una particolarmente affascinante: i suoi magnetici occhi verdi erano
incorniciati da capelli rossi a caschetto, e il corpo sottile dalle curve
sinuose sosteneva un petto a cui feci una rapida radiografia prima di
tornare alle mie scritture. Stavo preparando il proseguo del viaggio
quando alzando gli occhi ho incontrato i suoi che mi fissavano, le ho
sorriso, ma lei si è girata quasi scocciata; ho pensato allora che era
solo incuriosita dal cartellino con su scritto "Press" che mi avevano
appuntato sulla maglietta all'ingresso, oppure dal mio stato trascurato.
Quando l'ho vista che mi continuava a guardare mi sono fatto coraggio e ho
attaccato bottone chiedendo un'informazione. Ebbene, lei ha finto di non
capire l'inglese e si è fatta fare da interprete da un suo amico parlando
in arabo, io l'avevo sentita parlare poco prima, ed è solo in inglese che
si svolgono le lezioni qui dentro. Abbiamo continuato a lungo la
conversazione con questo strano giochetto che non capivo, poi lei ed un
gruppo di amiche si sono alzate per andarsene, e mi hanno salutato tutte
sorridendo eccetto lei che non mi ha degnato di alcun cenno.
Ne ho parlato con Yarub e mi ha rassicurato dicendo che qui è normale, e
forse le ero piaciuto; le ragazze hanno questo strano modo di manifestare
attenzioni, se avessi avuto la pazienza di starle a strisciare dietro per
un mesetto sarei riuscito ad entrare nelle sue grazie, e sarebbe stata una
fidanzata fedelissima. E io che pensavo che le Italiane fossero difficili !
La mattina passavo in un quartiere denso di edifici mitragliati (tra i
quali mi stavo ambientando) e ce ne era uno che mi incuriosì: era
piuttosto antico e di un vago stile liberty, una volta doveva essere molto
bello. Ora appariva completamente bucherellato, in mezzo a questo
troneggiava un'insegna di plexiglas lucidissima che informava
dell'attività di un parrucchiere. Questa stonava assai con la cornice che
la conteneva, così mi sono avvicinato alla costruzione per scattare una
fotografia; subito mi sono sentito premere sul fianco da una cosa solida e
pesante, probabilmente a canna lunga. Qualcuno mi parlava in arabo con un
tono duro che qui ancora non mi avevano mai rivolto. Senza sapere chi
fosse né cosa volesse, automaticamente ho alzato le mani come un "Big Gim"
a cui si schiaccia la schiena; un tizio in mimetica mi ha girato intorno,
apparteneva ad una postazione di militari che non mi ero accorto essere
alle mie spalle, e mi sono ritrovato davanti alla prospettiva di un tetro
Kalasnikov, in fondo al quale il mimetico continuava ad impartire secchi
comandi.
Mi sono sentito il sangue gelare nelle vene, non mi ero mai trovato di
fronte ad un'arma puntata da qualcuno anche lontanamente intenzionato ad
usarla. Invece di razionalizzare e calmare il militare mi sono passate per
la testa le cose più disparate. Ho pensato alla mia prima bicicletta rossa,
al compito di elettronica all'esame di maturità, alle generose tette di una
mia amica che non si sono mai lasciate toccare. Il militare mi ha spinto
via annoiato, con il lato della canna del mitra; io ho pensato di aver
detto qualcosa, ma solo dopo ho realizzato che non mi era uscita una
parola di bocca.
Beirut 21. 11. 99
Sono partito alle otto per Tripoli, ho dormito poco e malamente come mi
capita da quando sono qui; l'albergo è su una grande strada che già dalle
cinque di mattina è un caos, e la stanchezza di questi quattro giorni di
cammino continuo mi si è scatenata addosso tutta la mattina, quando
l'autobus mi ha scaricato davanti un chiassoso suq (mercato), dove mi sono
infilato senza saperne il perché.
Tripoli è una bolgia di gente e vecchie Mercedes, sporca, rumorosa, non ci
si può fermare a prendere fiato; sono stato trascinato dal fiume di gente
che scorreva nello stretto budello grondante di mercanzie, le urla dei
venditori mi rimbombavano nella testa e sentivo che stavo per svenire, in
stato ipnotico sono entrato in un caffè saturo di gente e di fumo.
Ero seduto in un angolo tra grandi narghillè ribollenti; dalla nebbia è
arrivato un tipo insolito, i suoi baffoni biondi da tricheco e gli occhi
azzurri lo facevano sembrare un occidentale. I suoi modi distinti mi
facevano pensare ad un colonnello della legione straniera francese, e
forse lo era stato, il vestito però era tipicamente arabo, e di un genere
un po' retrò che non si vede più facilmente, sui canonici pantaloni con il
cavallo alle ginocchia aveva una camicia molto ben lavorata e sopra un gilè
in miniatura. Si è seduto di fronte a me fumando sigarette senza filtro, mi
parlava sottovoce e io non lo capivo. Mi ha sorriso e mi ha offerto un
caffè amaro, con il dito si batteva la tempia facendomi capire che mi
avrebbe fatto bene. Poi, sorridendo, è stato nuovamente inghiottito dal
fumo. Pensando se avevo veramente avuto quell'incontro, mi sono trovato a
camminare davanti ad una moschea, e sono entrato per scattare qualche
fotografia in religiosa solitudine. Ero impegnato nel lavoro quando mi ha
raggiunto l'Imam, barbuto e scavato come una cipolla secca, mi ha
sussurrato: "Allah non lo puoi mettere qui dentro" indicando la Nikon,
"Perchè Allah è qui !" e mi ha premuto il suo dito asciutto sul petto; a
me per condizionamento mi è tornata in mente la mia amica con le tette al
vento che andava a dare l'esame in bicicletta. Mi ha chiesto di seguirlo
fuori sotto il portico, dove ci siamo seduti sui cuscini a gambe
incrociate. A me puzzavano i piedi, ma lui sembrò non farci caso. Ha
iniziato il recupero della pecorella smarrita: "Sei cristiano?" mi ha
chiesto in un inglese paterno, per non compromettermi troppo gli ho detto
che simpatizzavo per i buddisti, senza sapere che è la filosofia più
disprezzata da tutte le altre religioni. Lui incuriosito dalla risposta ha
voluto approfondire, spiegandomi anche i fondamenti musulmani. Ho trovato
molte analogie con il cristianesimo: un Dio unico ed amorevole che tutto
conosce e può, un paradiso per i più buoni etc... Subito le sue teorie si
sono venute a scontrare con il mio materialismo empirico: gli ho chiesto
del perché delle guerre, della fame e di tanti orrori, sperando che almeno
lui avrebbe saputo darmi le risposte convincenti che non ho mai trovato. Me
le ha date, ma in arabo. Il Don Abbondio medio orientale sembrava essere
sicuro del fatto suo mentre io lo guardavo stupito, poi con un movimento
fluido è svicolato nella moschea dicendo che si era fatta una certa... Con
le idee più confuse di prima e ripreso da un calo di energie ho mangiato
uno schifo di natura ignota nel primo locale che ho trovato (quella città
era tra le più luride mai viste), e ho raggiunto la fortezza di S.Gilles,
perla di questo luogo. Ovviamente era situata in cima ad una salita che mi
ha demolito, insieme alla calura dovuta alla cappa afosa che si era formata
grazie ad un malinconico cielo coperto, sotto cui mi sono sdraiato appena
entrato nel maniero. Dopo non so quanto tempo mi sono svegliato
nell'atmosfera biancastra tra le rovine spopolate, ho vagato ancora
confuso su e giù per le molteplici scalette in pietra che collegavano i
diversi settori del forte; nell'aria echeggiavano i canti degli
altoparlanti di moschee lontane. Ero solo e rincoglionito tra le macerie,
e stavo decidendo se era il caso di fare qualche fotografia quando ho
incrociato un tizio di mezza età, con una camicia che gli conferiva un
aspetto inequivocabile. Con procedere volutamente effeminato mi ha
raggiunto ed ha iniziato a chiedermi informazioni prima sul castello e poi
su di me, tipo se mi piacciono le ragazze. Gli ho risposto di si, e lui
deluso mi ha detto che gli sarebbe piaciuto in ogni modo parlare con me, e
che viveva da solo. Per me era un tormento solo reggermi in piedi e non
avevo voglia di fare conversazione alcuna, mi cominciavo a sentire una
pollastrella insidiata ma volevo riuscire a non essere scortese. Dopo aver
scambiato poche faticosissime frasi l'ho salutato ed ho continuato a
vagare, finché ho deciso che il mio stato fisico mi costringeva a tornare
verso Beirut. Sulla piazzola in cima ad una torre ho rincontrato il tizio
garbato che mi aspettava, mi ha detto:"Sai, io so cantare molto bene,
dieci anni fa sono stato premiato come migliore voce di Beirut !", "Me ne
rallegro !" ho risposto io aggiungendo un deciso "Arrivederci !".
Camminando per gli ampi piazzali vuoti l'ho sentito cantare con voce quasi
femminile che risuonava nel vento tiepido tra i muraglioni, mentre intonava
una canzone tristissima. Ero troppo stanco anche per tirare fuori una sola
lacrimuccia, e sono caduto nel primo autobus dove mi sono addormentato
cercando di dimenticare quella giornata.
Beirut 23. 11. 99
Sarei dovuto partire per Baalbek, ma quando mi sono trovato alle sei di
mattina sotto i bagagli e già stanco, mi sono chiesto : "Ma chi me lo fa
fare!?". Senza attendere una risposta ero di nuovo dentro al letto, deciso
a prendermi una giornata di ferie. Sul tardi ho fatto una passeggiata in
centro dove si consumava una sonnolenta festa della liberazione
dall'occupante francese, che levò le tende nel 1946. Il fatto che sento
Beirut somigliante a Roma mi metteva parecchia tristezza, cercavo le cose
che della mia città senza trovarle, ne sembrava una copia senz'anima e
senza colosseo, e dovevo riuscire a disilludermi. Era la prima volta
durante tutti i miei viaggi che sentivo la mancanza di casa, stavo forse
invecchiando ?
Ho passato la serata da turista nullafacente in un bar con Yarub, in quei
giorni è stato di un'ospitalità esagerata, mi ha praticamente mantenuto
portandomi nei migliori locali e non ha mai permesso che offrissi io; solo
una volta sono riuscito a pagargli un succo di frutta a tradimento mentre
telefonava, ma credo di averlo offeso a morte. Sono partito rigenerato e
di buon'ora per Baalbek, il più grande ed imponente sito archeologico
libanese. Ho attraversato non so più quanti posti di blocco siriani e
libanesi, poi ho cominciato a vedere i ben noti fuoristrada bianchi con la
scritta UN sulle fiancate, i militari aumentavano in percentuale rispetto
ai civili e mi sono reso conto che eravamo entrati in una zona "calda". La
sensazione è diventata più concreta quando insieme ai soldati in uniforme
cominciavano a girare personaggi in borghese col Kalasnikov a tracolla, e
gli Hezbollah offrivano caramelle ai turisti. Hezbollah è un gruppo sciita
fondato dall'Iran per contrastare l'invasione israeliana dei primi anni
ottanta. Gli sciiti sono il gruppo etnico-religioso che più ha risentito
degli attacchi nel sud del Libano, e fu proprio qui a Baalbek che la
Guardia Rivoluzionaria di Khomeini, con il benestare dei Siriani,
organizzò ciò che doveva contrastare l'imperialismo occidentale… Ho
conosciuto Nidal, un ragazzo di qui che mi ha raccontato che questo è il
punto di contatto tra siriani e ribelli, e che tutti gli vogliono bene (ai
ribelli). Si sanno far amare, sono gentilissimi e servizievoli specialmente
coi turisti, e sono impazienti che qualcuno si faccia offrire le loro cure
nel nuovissimo ospedale modello qui vicino. La città è tappezzata di
manifesti di Hassan Nasral, il leader del "Partito di Dio", che ci guarda
rassicurante da dietro i suoi occhialoni. Nidal parla un pò l'Italiano,
quando passa un camion di militari mi dice: "Vedi quelli ? Sono Siriani,
ci hanno occupato... Basctardi !!". Anche lo spazio aereo libanese viene
spesso invaso, però dai caccia israeliani che per ora si accontentano di
fare delle fotografie dei movimenti a terra. A questo loro hobby sembra
che si siano abituati tutti qui. "Basctardi !" si è limitato a dire Nidal
alzando un dito in cielo. Lo fanno per provocazione: se lo possono
permettere perché hanno sempre in mano gli ultimi ritrovati della
tecnologia militare americana, e le venerande contraeree arabe non sono
mai in grado di far rispettare il loro paese.
Sono partito per una località vicina, dove mi hanno detto che c'è una
foresta dei famosi cedri del Libano, simbolo del paese; purtroppo
l'autobus arriva solo fino ad un paesino a metà strada, e per scavalcare
il massiccio monte Dahr el Kadib ho dovuto fare l'autostop sulla strada
che partiva per la montagna deserta. Sotto di me si aprivano i campi
coltivati, qui fino a dieci anni fa era la zona di produzione del migliore
hascisc del Medio Oriente, il celebre "libanese" veniva prodotto in
quantità industriali sopratutto per trovare capitali destinati
all'acquisto di armi per la guerra che imperversava. Qui passavano tutti i
trafficanti europei, e trovavano un servizio completo per il trasporto e
tutto il resto. Poi, quando arrivarono i Siriani bandirono la coltivazione
di questi ricreativi arboscelli.
Dopo mezz'ora di attesa è passato il primo camion che si è fermato
sbuffando, l'autista era un simpaticone di 25 anni che subito mi ha
offerto tutto quello che aveva a bordo: panini, noccioline, chewing gum e
sigarette; io non ho potuto rifiutare nulla, però ho proposto di fermarci,
così avrei comperato qualcosa da bere. Ebbene, il benevolo camionista
Mohammad ha voluto pagare anche quello, spingendomi da parte e
rivolgendomi un'occhiata che non lasciava spazio ad altre parole. Ancora
non riesco ad abituarmi a quest'ospitalità così totale ed avvolgente, mi
sento spesso in imbarazzo e non c'è alcun modo di sdebitarsi. Ripresa la
salita, il camion paleolitico arrancava col motore ululante, procedevamo a
passo d'uomo zoppo, con la lancetta del contachilometri che saltellava
sullo zero senza mai riuscire a decollare.
Mi ha lasciato di fronte alla foresta con un bigliettino con su scritto il
suo indirizzo, così potrò spedirgli una foto; mi ha anche presentato ad un
suo amico barista che mi troverà un passaggio per il ritorno. Mohammad è
ripartito nel fracasso del suo mezzo meccanico, il suo sogno era un Iveco
turbodiesel, di cui custodiva una foto dietro al parasole, vicino a quella
di una giovane Gina Lollobrigida che voleva sposare.
La "foresta" si riduceva ad una trentina di alberi isolati, tra i quali ho
passeggiato, scritto e meditato; poi ho raggiunto il bar da cui sono
partito che era già buio. Nella notte del paese si scatenava una festa
musulmana, era l'anniversario della sparizione di un famoso Imam, qui sono
tutti convinti che prima o poi tornerà. Passano auto addobbate con
striscioni e palloncini, gli Hezbollah offrono dolci per le strade ed i
giovani fanno sgommare le BMW sulla piazza del paese.
Baalbek 24. 11. 99
Ho visitato le rovine della città romana che mi hanno attratto fin qui, il
sole splendeva e l'aria era limpida. Dopo un breve giro di ricognizione mi
sono reso conto che la grandezza e la magnificenza dei colonnati alti 25
metri lo rende pari a nessun altro mai visto: Baalbek fu costruita nel
periodo fenicio ma deve però i suoi splendori ai romani che ne fecero una
colonia.
Nel corso di dieci generazioni di schiavi (furono almeno 100.000),
riuscirono a concentrare qui tutti i migliori artigiani dell'impero per
realizzare questa città, simbolo del potere romano sulle orde barbare
dell'est. Il tempio di Giove sorpassa nelle misure e nella grandiosità
qualsiasi altro costruito nell'impero. Ero lieto a scattare fotografie su
un enorme pietrone che dominava la scena, con la macchina sul cavalletto,
e mentre prendevo appunti, la brezza che mi batteva si è trasformata
inaspettatamente in una violenta ventata. Dietro di me ho sentito come un
fruscio soave, e quando mi sono girato ho visto le zampe del cavalletto
sparire dietro il bordo del masso su cui ero, un tonfo sordo mi ha
avvertito dell'arrivo a destinazione. Quando mi sono affacciato ho visto
una specie di zanzarone spiaccicato sul selciato romano, cinque metri
sotto di me. Era la prima volta che mi cadeva l'attrezzatura, simbolo
della mia espressione individuale e fonte di sostentamento, ero curioso di
sapere come avrei reagito. Speravo di sfogare la rabbia in un pianto
liberatore tra le rovine, invece ho iniziato a smontare obiettivo e
pellicola, infilando dentro le dita e cercando di sbloccare nervosamente i
meccanismi. Visto che resisteva, ho impugnato il mio fido coltellino
svizzero che ha cominciato a scavare per far muovere lo specchio interno,
rimasto fortunatamente integro ma con una postura parecchio originale.
Purtroppo per l'obiettivo non c'è stato nulla da fare, la macchina invece
l'ho sbloccata ma emetteva rumori strani e non mi fidavo ad usarla, ho
sfoderato quella di riserva, che speravo non mi tradisse dopo tanto tempo
passato insieme. Visto che quell'obiettivo mi era quasi indispensabile, ho
tentato di smontarlo in albergo, ma come era prevedibile, mi sono presto
trovato con una busta piena di viti microscopiche, indefinibili pezzetti
di plastica e lenti che non sarebbero mai tornate al loro posto.
In pomeriggio sono andato in un negozio di fotografia per comprare una
nuova testa per il cavalletto incidentato, mi ha accolto un giovane
fotografo allampanato, che spinto da un sincero spirito di mutuo soccorso
tra colleghi, si è subito messo all'opera tirando fuori pezzi di vecchi
treppiedi dal magazzino polveroso. Purtroppo non si adattavano a quello
rotto, stava per dirmi che non poteva aiutarmi, quando ne ho visto uno in
esposizione che faceva proprio al caso mio. Malauguratamente costava
troppo per le mie finanze, e per di più era quello che lui usava per
lavorare (l'assortimento non era un gran che), però sembrava che la mia
situazione avesse toccato la sua sensibilità: avevo appena distrutto 2000
$ di attrezzatura che lui teneva tra le mani come un uccellino morto.
Così, a malincuore, ha preso il suo cavalletto, lo ha impacchettato e dopo
un breve negoziato l'ho convinto a lasciarmelo a metà prezzo, insieme però
al cadavere del mio, che lui sicuramente saprà aggiustare. L'ho salutato
calorosamente e lui era commosso, non so se per la mia preziosa macchina
demolita o per il suo cavalletto rubato. E' curioso trovare tanta
solidarietà tra gli Hezbollah, in Italia nella stessa situazione mi
avrebbero volentieri alzato il prezzo. Così sono tornato alle rovine
romane, e mentre camminavo con la macchina fotografica di riserva appesa
al collo ho sentito il classico rumore dello sportellino della pellicola
che aleggiava liberamente, infatti così era: il gancetto che l'avrebbe
dovuto tenere chiuso, dopo venti anni di onorato servizio, proprio oggi ha
deciso di scioperare, bruciandomi così una buona dose di fotogrammi. E'
stata immensa la mia gioia nel poter finalmente usare il rotolino di
nastro adesivo che porto sempre con me (perché non si sa mai...). Grazie a
lui ho potuto terminare il mio lavoro, non senza aver rotto (non so come)
lo scatto flessibile che ho usato per fare le fotografie notturne. Tornato
in albergo ho rimesso le mani con calma sul mucchio di pezzi che una volta
formavano il mio obiettivo; mi ero procurato i seguenti attrezzi : il
solito coltellino 1000 usi (per la verità solo sette, compreso il
cavatappi), una limetta per unghie, un micro - cacciavite ricavato da una
forcina per capelli debitamente modificata grazie alla limetta per unghie
di cui sopra, ed una piccola lampadina tascabile con pile al 30%, nonchè
lo scotch che pensavo di utilizzare laddove mancassero le viti o dove
avessi trovato giochi eccessivi tra le parti. Tenendo la lampadina in
bocca e armato di S. Pazienza, ho stretto il gruppo di lenti che si
muovevano, e ho iniziato a ricomporre il puzzle; dopo due ore, almeno a
vederlo, è tornato come prima dell' impatto. Per la verità anche se gli
somigliava parecchio e io sapevo che era il mio obiettivo, non sembrava
proprio lui. Come una persona uscita da una lunga malattia si sentiva che
era scampato a qualcosa che l'avrebbe segnato per sempre, e così pure la
fotocamera; entrambi se ne stavano lì sul comodino che si opponevano a
qualsiasi movimento provassi a fargli compiere, con l'autofocus impazzito
e la scritta "ERROR" che compariva ogni tanto sul quadrante. Si rendeva
necessario un test, perché quella coppia sgangherata non mi convinceva.
Pensavo che in quel posto ci fosse una maledizione tipo quella di
Tutankamon, non mi sarei stupito se le pellicole avessero preso fuoco
spontaneamente e se mi fosse esploso il flash.
Beirut 25. 11. 99
La presenza ossessiva dei manifesti del presidente siriano Assad mi
suggeriva che stavamo avvicinandoci a Beirut, vicino a questo personaggio
spesso si affiancava un altro ritratto di un militare in mimetica con
barba nera e Ray Ban. Guardava raggiante l'orizzonte ed era circondato da
un aura bianca sullo sfondo di un cielo azzurro, che stonava abbastanza
con la sua immagine da "commando". Ho saputo che era il figlio maggiore
del presidente, e lo hanno fatto martire anche se si è schiantato con la
macchina in una corsa folle.
A proposito di schianti: ho fatto esaminare l'attrezzatura: per
l'obiettivo mi hanno consigliato di continuare a muoverlo con la forza,
invece alla macchina fotografica hanno fatto bene le coltellate che le
avevo dato, anche se l'autofocus non funziona. L'indomani sarei partito
per Sidon con l'attrezzatura invalida ma sereno.
Beirut 27. 11. 99
Il viaggio verso Sidon è iniziato all'alba su un pullman pieno di gente
che lavorava a Beirut e tornava a casa per il fine settimana; ero in un
bar a prendere un caffè che completasse il risveglio, insieme a me nella
sala erano accomodati attempati e taciturni fumatori di narghillè;
l'atmosfera decadente mi ha ricordato il quadro "I bevitori d'assenzio" di
Degas. Evidentemente mi ero portato dietro la "Maledizione di Baalbek",
perchè alzandomi ho inavvertitamente dato un colpetto sul tavolo con il
treppiedi nuovo: ebbene, contro ogni legge della resistenza agli urti, la
testa si è staccata cadendo in terra e rimbalzando in mezzo alla sala. Io
ero sbigottito, gli anziani non ebbero una sola emozione. Evidentemente
avevo colpito proprio nel preciso punto ove risiedevano tensioni
strutturali oscure al costruttore, sono certo che solo quel cavalletto, e
solo lui si poteva rompere per un sì delicato urto, ma solo su questo
preciso tavolo. Visto che il treppiede veniva dal lontano Oriente, io
dall'Italia, il tavolo era stato costruito da un sapiente artigiano del
monte Libanon, e tutti e tre ci trovavamo a Sidon, non potevano esserci
dubbi sul fatto che ci trovavamo ai vertici di una triangolazione
malefica. Avevo usato quello strumento ancora troppo poco per
sottomettermi al fatto che aveva finito la sua storia, così, passando per
il suq, ho comperato colla e filo di ferro, con cui ho messo a punto un
appagante rattoppo. Tornato ai miei impegni professionali, sono andato a
visitare il castello; il cielo era imbronciato dalle nuvole e l'aria
molle, ho dovuto attendere parecchio perché arrivasse qualche chiazza di
azzurro e scattare poche fotografie, per farne altre mi sono servito dei
terribili filtri colorati che ho sempre disprezzati, ma che a volte
salvano dal grigiore del mondo. In pomeriggio ho proceduto a sud, fino a
Tyre, ma le sue rovine romane potevano essere interessanti solo per un
archeologo: allineati su un campo centinaia di sarcofagi tutti uguali e
alcuni ancora con le ossa dentro, intorno a questi un'infinita distesa di
cocci senza molto appeal.
La zona visitata è vicinissima alla "Fascia di sicurezza" occupata da
Israele, nonostante i miei sforzi non riesco sempre a mantenere la mia
neutralità riguardo al conflitto arabo - israeliano. Vedendo alcuni campi
profughi palestinesi mi chiedo come possa chi ha subito l'orrore del
nazismo sfogare su altri esseri altrettanti dolori.
Beirut 27. 11. 99
Il sito archeologico di Byblos contiene resti di tutte le epoche, e sembra
che sia la più antica città del mondo; si trovano vicini - e a volte
sovrapposti - segni di civiltà che vanno dal quinto millennio AC. Fu luogo
di influenze culturali di ogni tipo, tra cui popoli nomadi del deserto
dell'Arabia ed Egiziani, che da qui imbarcavano i cedri diretti alle loro
terre, e scaricavano oro, alabastro, papiro ed altro. Presto Byblos fu
trasformata in stato vassallo, e si diffuse il culto di Iside e Osiride.
Alla fine del 13° sec AC fece la comparsa quello che può essere
considerato il precursore del nostro alfabeto; anche se quello di Ugarit è
più antico, questo non è cuneiforme ma più corsivo, adatto quindi ad essere
riportato su papiro, e da questo la sua diffusione. A Byblos passarono
Ittiti, Assiri ed altri, finchè, sotto il controllo persiano ci fu un
rifiorire dei commerci che continuò anche sotto Alessandro il Grande
quando divenne un regno semi indipendente. Con i Romani la città conobbe
il declino per motivi ecologici, la maggior fonte di ricchezze, i cedri
del Libano, era esaurita. Dopo la decadenza del periodo bizantino e
l'occupazione araba, Byblos si riguadagnò importanza durante le crociate
che gli donarono un maniero (oggi in restauro) sulla collina. Gli abili
Genovesi che qui trafficavano incrementarono il commercio con l'Europa per
poi abbandonarla in mani arabe grazie alla convincente opera del "Feroce
Saladino" (Salah-ud-Din). Ai giorni nostri appare una distesa di pietre a
due dimensioni troneggiata dal castello, e una collina popolata da palazzi
moderni (ovvero brutti). La spiaggia sottostante ne fa un paradiso
vacanziero.
Sono tornato a Beirut deluso, passando attraverso un interminabile serie
di night club che coloravano la notte costiera con donnine al neon.
Beirut 28. 11. 99
Con un lungo viaggio in taxi sono stato a Beit-ed-Dine, il penultimo degli
appuntamenti libanesi, la guida ne parla come di una stupenda costruzione
tra le montagne, e sembra che siano occorsi quaranta anni per portarla a
termine. Era la residenza dell'Emiro Bashir Shibab II nel 19° sec., e il
suo nome significa : "Casa della fede". Le sue dimensioni mi hanno subito
fatto capire che ne era all'altezza, ma evidentemente ancora ho addosso la
"Maledizione di Baalbek", che a quanto pare non colpisce solo
l'attrezzatura, ma proprio il mio lavoro: la parte più bella dell'ingresso
era recintata, e non ci si poteva entrare nemmeno dietro le mie più umili
suppliche agli inflessibili guardiani, il percorso turistico era ben
delimitato da grossi cordoni che mi guidavano senza possibilità di fughe
"involontarie". La parte superiore era blindata e inaccessibile, nelle due
stanze più belle mi ha accolto un cartello con il divieto di fotografare in
tutte le lingue , ed io ero ormai sorvegliato a vista da feroci custodi. Ho
chiesto di parlare col direttore per un permesso straordinario, in fondo
con queste fotografie avrei fatto conoscere il posto a parecchi
viaggiatori ed era anche loro interesse. Dopo mezz'ora è tornato un
impiegato genuflesso, dicendomi che le fotografie si potevano fare solo
dall'esterno del palazzo; io sono diventato una belva, gli ho detto che mi
avevano estorto un prezzo esorbitante per l'ingresso quando poi solo una
piccola parte - e non la migliore - era visitabile, che non c'era un
fottutissimo autobus per arrivare in quel posto e che non ero riuscito a
fare una cazzo di fotografia. Ho concluso la mia arringa dicendo che
potevano andare tutti a farsi fottere e che gli avrei fatto una pessima
pubblicità, li avrei distrutti !
Lui si contorceva, non so se stava recitando per compiacermi oppure se era
veramente amareggiato per la situazione; io sono andato via pensando che a
parte le fotografie di Beirut e di Baalbek, le immagini del Libano sono
veramente poche, confuse e banali.
Mi aspetto che domani ad Aanjar succederà qualcos'altro, ma spero che la
maledizione che mi porto dietro non riesca a passare il confine
siriano.
[fine seconda parte - Continua]
Data: 17/05/2005
Altri capitoli di questo racconto:
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